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"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia,
e qualcuno a cui raccontarla"
(Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento)

venerdì, 18 settembre 2009

La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All'inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi - con il progressivo invio di più uomini e mezzi - supera ampiamente il mezzo miliardo. Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.

Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.

I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento - se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell'operazione segreta ‘Sarissa'.
Dall'estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde' dell'ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi'. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive' penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.

Enrico Piovesana

_ da http://it.peacereporter.net

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politica, terrorismo, nonviolenza, afghanistan, guerra, morti sul lavoro

martedì, 20 gennaio 2009



Io forse ascolto troppa radio e troppi programmi con interventi di giornalisti, scrittori, politici e preti. Ecco, in tutti questi programmi, in questi giorni di "crisi economica" (amici miei i soldi ci stanno, ci stanno...), in molti (oserei dire, quasi tutti) non fanno che dire che per tanti anni la finanza si è gonfiata troppo a discapito dell'economia reale, che forse (ed è già qualcosa) bisogna tornare a politiche keynesiane dove lo Stato interviene fisicamente sull'economia e che la politica estera degli Stati Uniti è stata (almeno) negli ultimi 8 anni troppo violenta, "ideologistica" e "prepotente" (un giornalista di orientamento moderato, poco fa su Radio1). Io ascolto tutto questo e rimango senza parole.
 
Rimango senza parole perchè non ce lo dicono, ma noi a Genova nel luglio 2001 e (indomiti nonostante la sanguinosa repressione) a Firenze nel novembre 2002 e a Roma nel febbraio del 2003...AVEVAMO RAGIONE.

Ma possiamo rallegrarci. E davvero. Oggi, finalmente,  possiamo dire che non è stato tutto tempo perso: Barak Obama è anche figlio nostro. Perchè il popolo democratico e pacifista americano in questi lunghi anni di oblio (o di luce accecante energivora, nazionalista e capitalista, scegliete voi) non si son sentiti troppo soli: hanno potuto vedere e sentire, che al di là dell'oceano c'era chi li sosteneva, o per lo meno chi odiava l'America (gli Stati Uniti) per colpa della Scimmia.

Adesso, grazie a tutti, la Scimmia lascia il potere, ha telefonato al Nano italiano ed a tutti i suoi più o meno simpatici colleghi, ha cenato dalla sua segretaria che per tante volte gli ha fatto attraversare la strada conducendolo per mano e se ne torna mesto mesto nel suo ranch a domare cavalli senza aver portato molto avanti quel mitico progetto sul Nuovo Secolo Americano (a parte 600'000 iracheni e 4000 americani morti dalle parti di Baghdad).

A noi che siamo sopravvissuti ci è andata bene. A noi che tante volte abbiamo manifestato contro quella guerra, quella finanza, quelle scelte va il piacere oggi pomeriggio di poter vedere un Presidente americano che ci piace promettere sulla Bibbia la propria fedeltà alla Costituzione americana (e forse anche a qualcosa di più grande).

Un Presidente al quale, dal mio piccolo blog, mi rivolgo così:
President Obama, we are the majority and we are with you!
Don't be afraid to fight the economic lobbies and to show the world a new kind of development based on human differences and human rights.

"Get up, stand up, stand up for your rights!
Get up, stand up, don't give up the fight!"

paolo

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iraq, politica, ambiente, usa , nonviolenza, guerra, genova, elezioni, decrescita, g8 , di mio pugno, obama

giovedì, 26 maggio 2005

Referendum, referendum...

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Non è forzato, per noi e per molti cristiani, di fronte al referendum sulla procreazione assistita questo riferimento alle parole iniziali della Costituzione pastorale sulla Chiesa promulgata “a perpetua memoria” dal Concilio. Perché questa partecipazione in solido alla condizione umana porta necessariamente a partecipare anche alla trasversalità interna a ognuna delle aggregazioni che si creano in base a contrastanti opinioni e opzioni politiche attinenti direttamente all’etica. Non si pone qui la questione di coalizzarsi in un solo schieramento. Compito dei vescovi è indicare valori, non imporre ai credenti scelte che competono alla coscienza e alla fede di ognuno. Ne va della autenticità e credibilità della loro solidarietà umana.

Il cristianesimo non è mai stato solo potere e lotta fra poteri. Il Vangelo e la profezia hanno incessantemente animato la crescita dell’umanità lungo l’asse dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l’etica della responsabilità. Che dire allora di questa chiamata all’ubbidienza verso l’autorità e all’appartenenza ecclesiale in occasione del referendum? Che ne è del primato della coscienza, che ne è del pluralismo, che ne è dell’etica della responsabilità? Che ne è della lettera e dello spirito del Concilio?

Vogliamo rileggere la magnifica apertura della “Costituzione dogmatica sulla Chiesa”? Il Concilio si serve di parole antiche, citando cioè il profeta Geremia e l’apostolo Paolo, per dire la parola nuova quasi rivoluzionaria che tanti, compreso in primo luogo Papa Giovanni, si aspettavano da tempo: “Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo…Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l’imprimerò; essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo… Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore” (Geremia 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. I Cor. II, 25)…”.Questo è scritto nel documento conciliare fondamentale. Se tutti hanno impressa nella loro mente e nel loro cuore la legge di Dio perché non dare fiducia agli uomini e alle donne? Perché non affidare la ricerca delle soluzioni più giuste al contesto della partecipazione democratica in cui coscienze responsabili si confrontano e infine trovano mediazioni politiche? Perché forzare le coscienze col principio di autorità per fare un fronte politico contrappositivo?

Si obbietta da parte dei vertici ecclesiastici che “I parlamenti che approvano e promulgano simili leggi (quelle che legalizzano l’aborto, ndr) devono essere consapevoli di spingersi oltre le proprie competenze e di porsi in palese conflitto con la Legge di Dio e con la legge di natura” (Giovanni Paolo II, Memoria e identità).E’ vero che la democrazia non è esente da errori, da ingiustizie e da misfatti anche gravi. La guerra preventiva, ma si può dire la guerra senza aggettivi, è un esempio attuale eclatante che brucia a due anni dall’inizio della guerra contro l’Iraq. Ma la soluzione è il principio di autorità? Quando l’autorità ecclesiastica gestiva, direttamente o indirettamente, il potere civile non ha forse commesso gli stessi errori e misfatti e massacri?

No, la soluzione al problema del rapporto fra la legge umana imperfetta e la legge divina perfetta non è l’appello al principio di autorità, non è il ritorno al primato dell’appartenenza, non è un nuovo intruppamento dietro il potere che si fa scudo di Dio. La risposta è quella di Gesù: la profezia disarmata, la testimonianza che rifiuta il potere e che allontana da sé la tentazione stessa del potere. Lo indica bene l’apostolo Paolo in una sua lettera: “(Gesù) pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.

per aderire: http://www.adista.it/referendum/adesioni.asp


- detto ciò, ritengo che la vita abbia un valore assoluto, senza se e senza ma, e poichè nessuno di noi sarebbe mai voluto essere un braccio o una milza (o, peggio, non essere libero di nascere), non è giusto che l'accanimento terapeutico si accanisca anche sugli embrioni. Se non potrò avere figli naturali potrò sempre scegliere di accoglere un figlio meno fortunato di me. No alla guerra sulla terra, no alla guerra agli embrioni per fini personali. Questa, ad oggi, è la mia idea.

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politica, chiesa, nonviolenza, guerra, salute, referendum, petizioni, società, vangelo, eugenetica, embrioni, di mio pugno

giovedì, 05 maggio 2005

liberamente tratta -e personalmente modificata- dal blog di Beppe Grillo:

Invia anche tu la lettera al Presidente Ciampi!

presidenza.repubblica@quirinale.it

Caro Presidente,

il 21 gennaio 2005 il Presidente della Commissione Esteri Gustavo Selva ha dichiarato sul quotidiano Libero:
"Basta con l'ipocrisia dell'intervento umanitario (...) Abbiamo dovuto mascherare Antica Babilonia come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera".
Io, Nome e Cognome, Le chiedo, in qualità di Capo delle Forze Armate e tutore dell'art. 11 della Costituzione (che afferma che "l'Italia ripudia la guerra"), di far tornare immediatamente dall'Iraq i nostri soldati e di sostiturli al più presto con altrettanti e più corpi civili e diplomatici di pace.

Nome Cognome
Indirizzo Città

(il sistema del Quirinale non accetta mail prive di indirizzo)

Postato da: poloblog a 17:27 | link | commenti |
iraq, nonviolenza, guerra, petizioni, di mio pugno

 

Ascanio Celestini
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