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"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia,
e qualcuno a cui raccontarla"
(Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento)

venerdì, 18 settembre 2009

La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All'inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi - con il progressivo invio di più uomini e mezzi - supera ampiamente il mezzo miliardo. Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.

Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.

I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento - se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell'operazione segreta ‘Sarissa'.
Dall'estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde' dell'ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi'. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive' penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.

Enrico Piovesana

_ da http://it.peacereporter.net

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politica, terrorismo, nonviolenza, afghanistan, guerra, morti sul lavoro

martedì, 01 settembre 2009

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poesia, video, società, disoccupazione, cisco, a te che sei

giovedì, 26 febbraio 2009



Luce in fondo al tunnel, boccata d'aria
limpida, parole musica
casa dolce casa, un pò città un pò isola
un pò New York, un pò Polinesia

Siamo qui
tante vittorie, giorni bellissimi
sconfitte stupide, giorni difficili
tristezze ed euforie, gioie e dolori

Ma sento sempre che tu ci sei
che anche quand'è dura non te ne vai
che anche coi denti combatterai
sempre accanto a me non mi abbandonerai

Sei fantastica, forte come il rock'n roll
una scarica, uno shock elettrico
sei la fonte di energia più potente che ci sia
bomba atomica dritta nello stomaco

Storia a lieto fine, ai confini della realtà
favola, bacchetta magica
ragione passione, giovinezza e maturità
armonia tra corpo e anima

Siamo qui
tante vittorie, giorni bellissimi
sconfitte stupide, giorni difficili
tristezze ed euforie, gioie e dolori

Ma sento sempre che tu ci sei
che anche quand'è dura non te ne vai
che anche coi denti combatterai
sempre accanto a me non mi abbandonerai

Sei fantastica, forte come il rock'n roll
una scarica, uno shock elettrico
sei la fonte di energia più potente che ci sia
bomba atomica dritta nello stomaco

(m.p.)

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a te che sei

venerdì, 13 febbraio 2009




Clicca per risparmiare!

p+

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ambiente, energia, risparmio energetico, petrolio, nuove abitudini

domenica, 08 febbraio 2009

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canzoni, video, amici miei, vasco rossi, a te che sei

giovedì, 29 gennaio 2009

Scaloppine di tacchino al vino bianco

Ingredienti per 4 persone
4 fette di tacchino
1 bicchiere di vino bianco
farina bianca
qualche foglia di salvia
40 gr. di burro
(facoltativo) uno spicchio d'aglio
sale

Preparazione
Infarinare le fette di tacchino.
Sciogliere il burro in una padella antiaderente e farvi soffriggere l'aglio, che poi va eliminato.
Mettere le fettine nel burro, aggiungere la salvia e farle rosolare da entrambi i lati a fuoco vivo.
A questo punto versare il vino e farlo sfumare. Abbassare la fiamma, salare e lasciare cuocere per 3-4 minuti, o anche un po' di più a seconda dello spessore della carne.
Servire subito.

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ricette

Sollecitati da numerosi cittadini siamo a prendere posizione su alcuni aspetti riguardanti la collocazione dell'opera dell'artista Maraniello nella nuova rotonda di Viale dello Stadio.
Non vogliamo entrare nell'aspetto estetico dell'opera, sarebbe un errore ,ci presteremmo a discussioni senza fine e porgeremo nuovamente l'occasione ai responsabili della politica culturale di questa nostra città di accusarci, come già successo in passato,che chi non capisce queste opere d'arte non capisce l'arte in generale, o meglio le tanto care sperimentazioni che recentemente trovano così tanta ospitalità nella nostra città.
E' nostro dovere comunque, quale associazione civica, portare all'attenzione di chi ci amministra e poi dell'opinione pubblica il grado di apprezzamento della nuova collocazione artistica, dare la giusta amplificazione alle tantissime voci di dissenso e di indignazione che ci giungono.
Al dillà del valore artistico dell'opera che non siamo in grado di giudicare crediamo che in questo caso siano stati commessi degli errori di fondo.
Innanzitutto a nostro parere ci si sarebbe dovuti orientare su di un'opera di facile interpretazione, con un forte richiamo al nostro territorio, alla nostra storia, ai nostri personaggi come San Valentino, Tacito o Libero Liberati.
Crediamo sarebbe stato più opportuno in tal senso promuovere un concorso di idee, con una scelta finale derivante esclusivamente da un serio confronto progettuale cosi come ormai da anni si muovono altre amministrazioni comunali anche più grandi come Roma.
Troppo spesso per provincialismo culturale si prende troppo dall'esterno senza avere poi le giuste capacità di valutazione.
Per quanto riguarda l'opera del Maestro Maraniello ciò che risulta particolarmente sbagliato è il luogo della sua stessa collocazione.
Le opere del Maestro sembrano avere tutte caratteristiche fin troppo minimali, facili da cogliere solo in realizzazioni di piccole dimensioni.
Se l'opera viene collocata in posti come una rotonda stradale difficilmente i particolari risulteranno pienamente godibili (ciò che pende da quell'enorme canna da pesca è una donna divorata da una enorme seppia... qualcuno se ne è accorto?); a differenza dell'obelisco di Pomodoro , la cui bellezza è riconducibile alla maestosità dell'opera e ai particolari ben evidenti.
Crediamo che la scelta della collocazione di una tal simile opera in una rotonda stradale rischia allo stesso tempo di svilirne e impoverirne il valore e la possibile bellezza estetica; difficilmente l'automobilista potrà coglierne il particolare e ragionare sul significato artistico.
Crediamo che putroppo nessuno ha ponderato abbastanza l'opportunità di questa opera e la sua collocazione nella rotonda stradale di viale dello Stadio, vista la fretta amministrativa con cui si è deciso il tutto.
Veramente sconcertante scoprire la velocità dell'intero iter amministrativo.
Dalla delibera di giunta la n.543 che ne decide la realizzazione e collocazione per una cifra di 68mila euro circa, attraverso gli allegati si scopre che la proposta al Comune di Terni da parte di una associazione culturale viene scritta il 09.11.2007 , giunge a Palazzo Spada e quindi protocollata il 12.11.2007, lo stesso giorno il Dirigente comunale esprime parere di regolarità tecnica e solo tre giorni dopo, il 15.11.2007 viene posto l'altro parere di regolarità contabile e dopo pochi altri giorni, il 29.11.2007, la giunta comunale delibera il tutto.
Un iter estremamente veloce e per nulla partecipativo, poco più di due settimane, che ci lascia piuttosto sconcertati sulla reale valutazione di donare alla città questa opera.
A fronte di tutto questo è allora comprensibile e giustificabile chi in questi giorni osservando l'opera grida allo scandalo e allo sperpero di denaro pubblico, quando oggettivamente, su questo siamo tutti siamo d'accordo, le vere necessità per questa città sono ben altre.

Michele Rossi
Presidente Associazione TERNI CITTA' FUTURA

_ tratto da ternimania.blogspot.com

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politica, ambiente, arte, urbanistica, terni

venerdì, 23 gennaio 2009

MANIFESTO ORGOGLIOSO DELLA FILOSOFIA ALIMENTARE MEDITERRANEA

  • Aumentare le quantità giornaliere di frutta e ortaggi freschi di stagione, possibilmente da produzioni biologiche, per nutrirsi con gusto e colore, con poche calorie, con tanta fibra e fattori protettivi (antiossidanti).
  • Privilegiare per condire e cucinare l'olio extravergine di oliva (di qualità certificata: DOP) in quanto ricco non solo di nutrimento ma anche di sapore e di sostanze protettive.
  • Variare il consumo di cereali come fonte di carboidrati (energia pulita, senza scorie azotate), alternando al frumento, il riso e il mais nelle giuste quantità rispetto alla nostra attività fisica ricordandoci che le calorie da carboidrati devono rappresentare almeno il 50% del nostro apporto energetico giornaliero.
  • Utilizzare le risorse di gusto e aroma degli odori e dei sapori mediterranei (alloro, cipolla, finocchio, rosmarino, basilico, prezzemolo, aglio, timo, peperoncino, menta, sedano, scalogno, carote) per dare sapore ai cibi evitando così di fare eccessivo ricorso al sale.
  • Ridurre il consumo delle carni (sia fresche che conservate) non solo come frequenza di consumo ma anche come quantità della porzione sostituendole con i legumi (che se associati ai cereali diventano ottime fonti proteiche) e/o con il pesce (in particolare quello azzurro) che oltre ad essere un' ottima fonte di proteine contiene anche i famosi omega3.
  • Limitare il consumo di bibite gassate perché fonti di zuccheri 'nascosti' o ancora peggio di dolcificanti. Facciamo attenzione a non mangiare troppi dolci e soprattutto combattiamo la pigrizia e la sedentarietà!
  • Bere molta acqua, anche del rubinetto, e imparare a gustare i cibi anche abbinandoli ad un poco di vino, preferibilmente rosso.
  • Consumare i pasti seduti a tavola, apparecchiata secondo i canoni mediterranei, evitando la fretta e le distrazioni esterne (Tv, giornali, I pod, telefonino).
  • Mangiare 'mediterraneo' si realizza consumando il cibo in quantità discrete (frugalità), in compagnia (convivialità), per avere la possibilità di sentire i sapori e comunicare agli altri le proprie emozioni.
  • Preferire gli alimenti freschi e di cui si conosce l' origine e/o la certificazione di produzione per proteggere la biodiversità delle colture e le tradizioni locali. Fare molta attenzione alle etichette dei cibi che scegliamo di mangiare.
  • Imparando a scegliere, si può mangiare di tutto seguendo la regola della moderazione, cercando di variare il più possibile la propria alimentazione per non cadere nella monotonia; il motto 'mediterraneo' dev' essere: più qualità e meno quantità!
  • Ogni tanto concediamoci uno strappo al manifesto!

_ tratto da www.radio.rai.it/radio2/decanter/

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mercoledì, 21 gennaio 2009


"Cari concittadini, oggi mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione.

Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l’America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali.

Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani. E’ ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C’è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.

Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse.

Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo.

Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l’unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia.

Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E’ venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l’idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama.

Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà.

Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita.

Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell’Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura.
Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn.
Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell’America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l’anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell’immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell’America.

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede un’azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell’assistenza sanitaria e abbassarne i costi.

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.
E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo.

Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l’immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio.

Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo.

La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune.

Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l’autorità della legge e i diritti dell’individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta.

Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e del ritegno.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l’Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.

Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.

Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull’Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno.

Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d’acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l’indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso.

Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi.

Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E’ la gentilezza nell’accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E’ il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino.

Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti.

Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno in cui l’America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l’esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

“Che si dica al futuro del mondo… che nel profondo dell’inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù… Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo”.

America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future."

Barack Obama
Washington, 20 gennaio 2009

_ traduzione tratta da santagatando.wordpress.com

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martedì, 20 gennaio 2009



Io forse ascolto troppa radio e troppi programmi con interventi di giornalisti, scrittori, politici e preti. Ecco, in tutti questi programmi, in questi giorni di "crisi economica" (amici miei i soldi ci stanno, ci stanno...), in molti (oserei dire, quasi tutti) non fanno che dire che per tanti anni la finanza si è gonfiata troppo a discapito dell'economia reale, che forse (ed è già qualcosa) bisogna tornare a politiche keynesiane dove lo Stato interviene fisicamente sull'economia e che la politica estera degli Stati Uniti è stata (almeno) negli ultimi 8 anni troppo violenta, "ideologistica" e "prepotente" (un giornalista di orientamento moderato, poco fa su Radio1). Io ascolto tutto questo e rimango senza parole.
 
Rimango senza parole perchè non ce lo dicono, ma noi a Genova nel luglio 2001 e (indomiti nonostante la sanguinosa repressione) a Firenze nel novembre 2002 e a Roma nel febbraio del 2003...AVEVAMO RAGIONE.

Ma possiamo rallegrarci. E davvero. Oggi, finalmente,  possiamo dire che non è stato tutto tempo perso: Barak Obama è anche figlio nostro. Perchè il popolo democratico e pacifista americano in questi lunghi anni di oblio (o di luce accecante energivora, nazionalista e capitalista, scegliete voi) non si son sentiti troppo soli: hanno potuto vedere e sentire, che al di là dell'oceano c'era chi li sosteneva, o per lo meno chi odiava l'America (gli Stati Uniti) per colpa della Scimmia.

Adesso, grazie a tutti, la Scimmia lascia il potere, ha telefonato al Nano italiano ed a tutti i suoi più o meno simpatici colleghi, ha cenato dalla sua segretaria che per tante volte gli ha fatto attraversare la strada conducendolo per mano e se ne torna mesto mesto nel suo ranch a domare cavalli senza aver portato molto avanti quel mitico progetto sul Nuovo Secolo Americano (a parte 600'000 iracheni e 4000 americani morti dalle parti di Baghdad).

A noi che siamo sopravvissuti ci è andata bene. A noi che tante volte abbiamo manifestato contro quella guerra, quella finanza, quelle scelte va il piacere oggi pomeriggio di poter vedere un Presidente americano che ci piace promettere sulla Bibbia la propria fedeltà alla Costituzione americana (e forse anche a qualcosa di più grande).

Un Presidente al quale, dal mio piccolo blog, mi rivolgo così:
President Obama, we are the majority and we are with you!
Don't be afraid to fight the economic lobbies and to show the world a new kind of development based on human differences and human rights.

"Get up, stand up, stand up for your rights!
Get up, stand up, don't give up the fight!"

paolo

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giovedì, 01 gennaio 2009



Buon 2009, Homo sapiens sapiens!

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lunedì, 29 dicembre 2008

Di Lauro, ergastolo per il delitto di Gelsomina Verde

La corte conferma ciò che Saviano aveva scritto

Carcere a vita per Cosimo Di Lauro, figlio del superboss Paolo, perché ritenuto mandante dell'omicidio di una ragazza innocente, Gelsomina Verde, Mina per i suoi molti amici. La Corte d'assise presieduta da Giustino Gatti, ha condannato il rampollo del padrino di Scampia, alla massima pena. La mamma della vittima, alla lettura del verdetto, è svenuta, straziata dal dolore per il ricordo di sua figlia.

Dopo 4 anni esatti si rende giustizia ad una innocente che fu torturata, uccisa e forse violentata - come ipotizza il pubblico ministero - prima di essere completamente carbonizzata. Un delitto raccontato nel best seller Gomorra.

Il fratello la riconobbe soltanto dall'unghia del piede, il resto era devastato dalle fiamme e dai colpi di pistola. Poi lui la sognò,volle tornare nell'auto in cui era stata carbonizzata e trovò un osso, un ultimo osso del povero cadavere scomposto di lei. Si disse della vittima che era stata una amante di un esponente camorrista degli scissionisti, che portava messaggi, che, insomma faceva il doppio gioco. Ma la sentenza ora smonta tutte le infamie: fu una vittima innocente della barbarie mafiosa, era una ragazza d'oro e faceva anche opera di volontariato.

Scriveva lettere per i detenuti, portava da mangiare ai vecchi della zona, intestò a sua nome la bolletta della luce di una morosa, nullatenente, tale Nunzia Pitirollo che era amica dei Di Lauro e quindi di quelli che l'avrebbero poi attirata in trappola e uccisa.

  

di Conchita Sannino
13 December 2008


_ tratto da www.robertosaviano.it

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domenica, 28 dicembre 2008



Chi sono i terroristi? A cosa servono le case? Dove comincia il sud?

p+

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giovedì, 25 dicembre 2008



Buon Natale di vero cuore a tutti,
che siate bambinibambini
o bambiniadulti.

paolo

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domenica, 21 dicembre 2008

Saviano all'Accademia con Rushdie
Diari di una "vita sotto scorta"

Da Gomorra a Stoccolma, io e i fantasmi dei Nobel

di ROBERTO SAVIANO

Da Gomorra a Stoccolma io e i fantasmi dei NobelEssere invitati alla Svenska Akademien, l'Accademia di Stoccolma che dal 1901 assegna ogni anno il premio Nobel, mette addosso uno stato d'ansia sottile: impossibile scacciare il pensiero di essere ricevuti nell'ultimo luogo sacro della letteratura. Ma quando arrivo a Stoccolma, trovo una sorpresa. Tutto è coperto di neve. La neve, l'avrò toccata al massimo tre volte in vita mia.

All'aeroporto sono tutti nervosi per la tempesta, invece a me uscire in quel bianco dà un senso di gioia infantile, anche se la temperatura è artica e il mio cappotto, buono per gli inverni mediterranei, in Svezia si rivela quasi inutile. La prima cosa che mi spiegano, non appena arrivo all'Accademia, sono le regole: severe, inderogabili. Bisogna indossare un abito elegante e ogni gesto dev'essere concordato. Gli accademici sono nominati a vita, diciotto membri che io mi figuro come ultimi aruspici che vaticinano il futuro delle lettere: venerati, odiati, mitizzati, sminuiti, presi in giro per il loro potere, corteggiati da tutto il mondo. Non riesco a immaginarmeli. Nella sala riservata incontro i primi due: un anziano signore che si era tolto le scarpe e una signora che cerca di dargli una mano a infilarsele di nuovo. Con un'eleganza naturale, mi stringe la mano e poi mi dice: "Il suo libro mi è entrato nel cuore". Capisco presto che la Svezia è attentissima a ciò che accade altrove, il paese che forse più di tutti al mondo sente le contraddizioni di altri paesi come proprie. Alcuni accademici mi rivolgono domande sull'Italia, in un modo, però, che non mi sarei aspettato. Tutti, ma proprio tutti, mi chiedono di Dario Fo, di come sta e cosa sta facendo, e infine mi raccomandano di portargli i loro saluti, come dando per scontato che ci frequentiamo abitualmente.

E poi mi chiedono come sono considerati da noi Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze degli anni Cinquanta, e anche Danilo Dolci, Lelio Basso, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Un'Italia dimenticata dagli italiani che lì non solo ricordano ma considerano l'unica degna di memoria. Un signore si avvicina per mettermi il microfono, mi parla in italiano e io reagisco con stupore: "Perché si stupisce? Lei qui è al Nobel dove parliamo tutte le lingue del mondo".

Salman Rushdie aspetta già nella stanzetta riservata. Ci abbracciamo. La generosità che mi dimostra sin da quando ci siamo incontrati la prima volta nasce da chi non dimentica quel che ha passato. Vuole trasmettermi qualcosa di quel che ha imparato sulla sua pelle, vuole forse che io possa fare meno fatica a reimpadronirmi di qualche brandello della mia libertà, ma già comprendere di non essere solo con la mia esperienza per me è prezioso. Sembra incredibile. Quando ricevette la sua condanna, ero un bambino, andavo appena alle elementari. La sua fatwa khomeinista e le mie minacce camorriste nascono da contesti diversissimi, ma le conseguenze sulle nostre vite, le ripercussioni sulle nostre storie di scrittori finiscono per essere pressoché identiche. Lo stesso peso della prigionia che nessuno riesce a cogliere fino in fondo, la stessa ansia continua, la solitudine, lo stesso scontrarsi con una diffidenza che può divenire diffamazione e che è la cosa che più ti ferisce con la sua ingiustizia, che meno tolleri. Tutto quel che Rushdie dirà nel suo discorso sulle difficoltà di attraversare una strada, prendere un aereo, trovare una casa, e tutto quel che rende impossibile una vita blindata, mi farà pensare: "È vero, è proprio così".

Discutiamo di come organizzare l'incontro. Anche qui le regole sono precise. Dopo esser stato invitato a parlare, devo fare la mia prolusione, non restare troppo tempo ad accogliere gli eventuali applausi ma tornare presto a sedermi. Poi sarà il turno di Rushdie, e seguirà un dialogo. Finito quello, non dobbiamo stringere la mano a nessuno né firmare libri, dobbiamo attraversare la sala e andare via. Quando tutto è chiarito, entriamo nella sala dell'Accademia. Me l'ero immaginata completamente diversa: un teatro enorme, sontuoso, un tripudio di palco e platea. Come ogni mito si rivela invece esattamente il contrario. Una sala in legno, deliziosa ed elegante, ma raccolta, intima. C'è una specie di recinto al centro, dove sono seduti gli ospiti, gli editori, i familiari, il segretario permanente dell'Accademia Horace Engdahl, più qualche selezionato giornalista.

Mentre Engdahl fa il suo discorso introduttivo, io mi sento pressappoco come quando aspettavo di discutere la mia tesi di laurea. Tutto ciò che hai preparato svanisce. Senti solo la testa vuota, il cuore in petto come un grumo ingombrante, la gola secca. Mi aggrappo ai nomi degli scrittori che hanno ricevuto il Nobel su quello stesso podio dove presto dovrò salire a parlare anch'io. Sento che in quella stanza si sono depositate le loro parole, che sono rimasti impressi nel legno i discorsi di Saramago, Kertesz, Pamuk, Szymborska, Heaney, Marquez, Hemingway, Faulkner, Eliot, Montale, Quasimodo, Solgenitsyn, Singer, Hamsun, Camus. Elenco nella mente quelli che ricordo, quelli che conosco meglio o ho più amato, quasi mi gira la testa, è una vertigine. Come avrà appoggiate le mani su quel palchetto Pablo Neruda? Pirandello avrà chinato il viso sugli appunti o avrà fissato in volto gli accademici? Samuel Beckett avrà sorriso o sarà rimasto imperturbabile? Elias Canetti a chi avrà avuto la sensazione di parlare, al mondo o solo a una platea? Thomas Mann, mentre era lì, avrà presentito la tragedia che dopo pochi anni avrebbe vissuto la sua Germania?

Cerco di respirare forte, un po' per calmarmi, un po' per fare come quando ti portano al mare da bambino e ti dicono che le scorpacciate di iodio inalate sulla spiaggia avranno il potere di proteggerti contro le influenze e i catarri dell'inverno. Così cerco di inalare le sedimentazioni di tutti quelli che sono stati in questa sala, sperando che anche loro mi aiutino a resistere all'inverno. Tocca a me. Salgo sul palco tanto temuto. Vorrei dire molte cose, portare più esempi di chi oggi stenta ad avere libertà di parola e di chi vive sotto minacce per aver dato fastidio al potere criminale: scrittori e giornalisti, dal Messico dove i narcos hanno ucciso Candelario Pérez Pérez, alla Bulgaria dove è stato ammazzato lo scrittore Georgi Stoev.

Ma mi hanno detto che non devo mettere troppa carne al fuoco, parlare troppo a lungo, e così mi concentro su quel che per me rimane l'esperienza più importante. La letteratura e il potere, la scrittura che diviene pericolo solo grazie a ciò che di più pericoloso esiste: il lettore. Spiego come nelle democrazie non è la parola in sé che fa paura ai poteri, ma quella che riesce a sfondare il muro del silenzio. Esprimo la mia fiducia in una letteratura in grado di trasportare chiunque nei luoghi degli orrori più inimmaginabili, ad Auschwitz con Primo Levi, nei gulag con Varlam Salamov, e ricordo Anna Politovskaja che ha pagato con la vita la sua capacità di rendere alla Cecenia cittadinanza nel cuore e nella mente dei lettori di tutto il mondo. La differenza fra me e Rushdie è questa: lui condannato da un regime che non tollera alcuna espressione contraria alla sua ideologia; mentre laddove la censura non esiste ciò che ne prende le veci è la disattenzione, l'indifferenza, il rumore di fondo del fiume di informazioni che scorrono senza avere capacità di incidere.

A volte mi sembra di essere considerato uno che viene da un paese troppo spesso e a torto valutato come un'anomalia. Ma quel che dico non ha a che fare solo col Sud Italia oppresso dalle mafie, e nemmeno con l'Italia in quanto tale. Per quanto a me questo sembri evidente, temo che per molti, tolti i riferimenti alla mia condizione, il quadro non sia altrettanto chiaro. Molti intellettuali, mentre rimpiangono la loro perdita di ruolo nelle società occidentali, continuano a considerare il successo con diffidenza o con disprezzo, come se invalidasse automaticamente il valore di un'opera, come se non potesse essere altro che il risultato dei meccanismi manipolativi del mercato e dei media, come se il pubblico a cui è dovuto fosse impossibile pensarlo diversamente da una massa acritica. È soprattutto nei confronti di quest'ultimo che commettono un torto enorme, perché se è vero che i libri non sono tutti uguali tantomeno lo sono i lettori. I lettori possono cercare di divertirsi o di capire, possono appassionarsi alla fantasia più illimitata o al racconto della realtà più dolorosa e difficile, possono persino essere la stessa persona in momenti differenti: ma sono capaci di scegliere e di distinguere. E se uno scrittore questo non lo vede, se non confida più che la bottiglia da gettare in mare approdi nelle mani di qualcuno disposto ad ascoltarlo, e ci rinuncia, rinuncia non a scrivere e pubblicare, ma a credere nella capacità delle sue parole di comunicare e di incidere. Allora fa un torto pure a se stesso e a tutti quelli che lo hanno preceduto.

Quando Salman prende la parola, ricorda che la letteratura nasce da qualcosa che è consustanziale alla natura umana: dal suo bisogno di narrare storie, perché è grazie alla narrazione che gli uomini si rappresentano a se stessi e quindi solo un'umanità libera di raccontarsi come vuole è un'umanità libera. Rushdie non ha mai voluto essere altro che questo, un tessitore di storie, un romanziere senza vincoli, e quel che più lo ferisce non è il verdetto di un'ideologia che non poteva tollerarlo, ma la diffamazione di chi, proprio nel mondo libero, voleva far credere che non potesse essere soltanto questa la sua aspirazione, che dovesse essere guidato da secondi fini: i soldi, la carriera, la celebrità.

Mi sale una sorta di magone in gola. Penso ai dieci anni blindatissimi di Rushdie e a come abbia fatto a non impazzire, penso che soltanto chi ha una vita molto riparata e tranquilla possa immaginarsi possibile un baratto fra l'ombra della morte e la libertà. Ma Salman continua senza scomporsi, termina il suo discorso e passiamo all'ultima parte di dialogo. Alla fine, quando ci alziamo, ricevendo gli applausi del pubblico e degli accademici, ci consegnano dei fiori e io penso che i ragazzi della scorta mi sfotteranno per questa cosa considerata da signore giù da noi. Ceniamo in una stanza dove sono passati tutti i premiati. Ci dicono che il cuoco è quello della regina, ma io quel cibo non riesco ugualmente quasi a mandarlo giù fino a quando non arriva un trionfo di gelato alla cannella e mele caramellate.

Finisce la cena. L'etichetta prevede che nessuno possa alzarsi sino a quando non lo fa il presidente. Ripassiamo per la stanza della premiazione. La sala di legno è vuota. Le luci sono bassissime. Rushdie mi dice senza più l'ironia del suo discorso pubblico: "Continua ad avere fiducia nella parola, oltre ogni condanna, oltre ogni accusa. Ti daranno la colpa di essere sopravvissuto e non morto come dovevi. Fregatene. Vivi e scrivi. Le parole vincono". Saliamo sui legni del podio e ci facciamo fotografare con i nostri cellulari. Ridendo, abbracciandoci come se fossimo ragazzini in gita che hanno scavalcato le recinzioni e giocano a fare Pericle nel Partenone. Ci chiamano, dobbiamo uscire, prendere il caffè, salutare tutti e andare via. Le luci si spengono completamente e resto lì fermo, al buio. E lì al buio cerco ancora di raccogliere a pieni polmoni quell'odore di umido e di legno che sembra aver conservato tutte le presenze di chi è stato premiato in quella sala.

"Personalmente, non posso vivere senza la mia arte. Ma non l'ho mai posta al di sopra di ogni cosa. Mi è necessaria, al contrario, perché non si distacca da nessuno dei miei simili e mi permette di vivere, come quello che sono, a livello di tutti. Ai miei occhi l'arte non è qualcosa da celebrare in solitudine. Essa è un mezzo per scuotere il numero più grande di uomini offrendo loro un'immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie comuni. Essa obbliga dunque l'artista a non separarsi. Lo sottomette alla verità più umile e a quella più universale. E spesso colui che ha scelto il suo destino d'artista perché si sentiva diverso apprenderà presto che non nutrirà né la sua arte né la sua differenza, se non ammettendo la sua somiglianza con tutti [?] Nessuno di noi è grande abbastanza per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della propria vita, che sia oscuro o provvisoriamente celebre, legato dai ferri della tirannia o temporaneamente libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustificherà, alla sola condizione che accetti, come può, i due incarichi che fanno la grandezza del suo mestiere: il servizio della verità e quello della libertà".

Mi sembra quasi di poterlo toccare, Albert Camus, che ha pronunciato queste parole nel 1957, tre anni prima di morire in un incidente stradale. E vorrei ringraziarlo, vorrei potergli dire che quel che aveva detto allora, è ancora vero. Che le parole scuotono e uniscono. Che vincono su tutto. Che restano vive.
(Roberto Saviano 2008. Published by Arrangement
with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria)


(14 dicembre 2008)

_ da www.repubblica.it

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venerdì, 12 dicembre 2008

Italia in guerra, senza limiti

Afghanistan: Berlusconi rimuove l'ultimo 'caveat'

Da gennaio i soldati italiani in Afghanistan combatteranno davvero: non più solo sporadiche azioni difensive, ma anche offensive pianificate. E i nostri cacciabombardieri Tornado potranno anche effettuare i bombardamenti.
E' questa, più che l'invio di rinforzi, la novità scaturita dalla visita romana del capo del Comando Centrale Usa, generale David Petraeus, venuto a ordinare un maggior impegno dell'Italia sul fronte afgano.

Alpini al posto dei Marines. I 500 soldati in più di cui ha parlato ieri il ministro della Difesa Ignazio La Russa (che porteranno il nostro contingente a un totale di 2.800 uomini) era già previsto da mesi allo scopo di creare un secondo Battle Group nel settore Ovest. Nelle prossime settimane il battaglione Feltre (Belluno) del 7° reggimento Alpini della brigata Julia andrà nella provincia 'calda' di Farah, a sostituire un battaglione di Marines Usa che finora ha combattuto i talebani nell'ambito della missione Endurgin Freedom.

Italiani all'attacco. Ieri sera il premier Silvio Berlusconi ha spiegato che con il generale Petraeus è stata decisa la rimozione dei caveat per consentire alle nostre truppe "di fare di più". Visto che la restrizione dell'impiego fuori-area solo con preavviso di 72 ore è già stata tolta lo scorso giugno, l'unico limite operativo ancora esistente, e quindi rimovibile, è quello riguardante le regole d'ingaggio. Caduto anche questo, i due Battle Group italiani potranno essere liberamente usati per attaccare i talebani. E i nostri Tornado potranno anche effettuare bombardamenti.

Enrico Piovesana

11/12/2008

_ tratto da www.peacereporter.net



Anche un premio Nobel nel green team di Obama

Il nome del nuovo segretario all’energia USA - Steven Chu - a molti non dirà nulla, ma si tratta di una decisa rottura con l’amministrazione Bush.

Questo fisico, Nobel nel 1997 per le sue ricerche sui metodi di raffreddamento degli atomi, guida dal 2004 il Lawrence Berkley national Laboratory, e ne ha fatto - come spiega il suo sito - “il leader mondiale nella ricerca sull’energia rinnovabile e alternativa”.

Una scelta simbolica, da leggere insieme alla scelta di far conoscere la task force ambientale a breve distanza dal faccia a faccia con l’ex vicepresidente Al Gore, ora uomo-simbolo nelle lotte contro il cambiamento climatico.

Per guidare l’Epa (Environmental Protection Agency) , Obama ha scelto invece Lisa Jackson, un’afroamericana nata a New Orleans nel Ninth Ward, il quartiere popolare più devastato dall’uragano Katrina. Era responsabile per l’ambiente nel New Jersey, uno degli Stati USA che aveva aderito ad un accordo molto simile al Protocollo di Kyoto.

A completare la squadra ambientale ci sarà Carol Browner, avvocato della Florida conosciuta per il suo forte impegno ambientale. E’ stata alla guida dell’Epa durante gli otto anni dell’amministrazione Clinton, e secondo Dan Becker di Safe Climate Campaign, è stata “un forte amministratore in tempi veramente difficili”. Con il nuovo presidente dovrà sovrintendere alle politiche per il clima, l’energia e l’ambiente.

Roberto Bosio

11/12/2008

_ tratto da www.ecoblog.it

 

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giovedì, 11 dicembre 2008

Dopo

Non quelli dentro il bunker,
non quelli con le scorte alimentari, nessuno di città,
si salveranno indios, balti, masai,
beduini protetti dal vento, mongoli su cavalli,
e poi uno di Napoli nascosto nel Vesuvio,
e un ebreo avvolto in uno sciame di parole,
per tradizione illesi dentro fornaci ardenti.
Si salveranno più donne che uomini,
più pesci che mammiferi,
sparirà il rock and roll, resteranno le preghiere,
scomparirà il denaro, torneranno le conchiglie.
L'umanità sarà poca, meticcia, zingara
e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita
la più grande ricchezza da trasmettere ai figli.


(Erri De Luca, Solo andata - Righe che vanno troppo spesso a capo, Feltrinelli, 2005)

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sabato, 06 dicembre 2008



L'artista non copia, ruba. Il Pinocchio di Maria Grazia Cipriani ha rubato, nella rappresentazione scenografica, nei costumi, nelle maschere e nelle musiche  a man bassa
dalla storia d'Italia e dall'intero Novecento: dal Pirandello con il suo teatro nel teatro, o meglio, al contrario, con la sua suggestiva realtà nel teatro (la scarna scenografia è semi-aperta e si intravedono gli intonaci rovinati del dietro le quinte e gli attori che si preparano per le scene successive); da Fellini per l'essenzialità meravigliosa di alcune scene e dettagli (il circo, i costumi), da Picasso per i bianco e neri e per il cubismo che si cela dietro agli oggetti utilizzati (la bacinella, il lettino, il fuoco, l'altalena), dal carnevale di Venezia con le sue maschere eteree e misteriose, da Stephen King per le risatine fuoriscena e per alcuni momenti di improvvisa o luminosa drammaticità.
In tutto ciò il burattino di legno è magicamente incarnato da Giandomenico Cupaiuolo, la bella Bambina dai capelli turchini è, invece, sorprendentemente interpretata da Elsa Bossi.
"Pinocchio è una sorta di maschera teatrale che ha in sé tutta la commedia e allo stesso tempo la tragedia ed il melodramma" afferma la Cipriani: in più di un momento il pubblico, infatti, sul finire di una scena, si divide fra chi ride e chi sente
la tensione del momento.
Quello de il Teatro del Carretto di Lucca è un Pinocchio drammatico e surreale, forse espressionista.

Molto bello (e non dico una bugia).

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_ foto di Filippo Brancoli Pantera

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martedì, 02 dicembre 2008



Che dire? Che facebook è più coinvolgente del blog? E' pieno zeppo di cose da vedere e da cliccare: e partecipa a questo e rispondi a quello e che fai e che non fai...... Gli ho appena dedicato un paio di ore, ricontattando un paio di amici persi nel tempo e nello spazio (che certo non è poco, è vero) ma ho la sensazione che il blog offra maggiori libertà; quantomeno si puo' scrivere un messaggio con un numero (quasi) infinito di caratteri. Probabilmente blog e fb sono complementari, ma vanno saputi entrambi gestire, non c'è dubbio.
Altrimenti mi si spegne il fuoco nel camino...accipicchia!!!

p+

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martedì, 25 novembre 2008

Un nuovo modo di fare acquisti consapevoli riducendo i rifiuti all’origine e facendo risparmiare risorse finanziarie e ambientali. E’ questo il senso del progetto “Percorsi innovativi di riduzione dei rifiuti alla fonte” promosso da Regione e Provincia di Terni su iniziativa della società Ecologos – Science Shop. Sulla scorta degli accordi stipulati anche con la partecipazione della Provincia di Perugia, sono stati inaugurati i distributori di detersivi alla spina istallati all’Ipercoop di via Gramsci e al Maury’s di Maratta. Il progetto, è stato fatto notare, ha lo scopo di rendere il territorio regionale una vetrina delle buone pratiche, dimostrando che la riduzione alla fonte dei rifiuti cittadini è possibile abituando all’utilizzo di sistemi innovativi di risparmio. “I detersivi alla spina – hanno spiegato i responsabili del progetto – realizzano un concreto concetto di azioni positive per la diminuzione dei rifiuti e per il contenimento delle spese, pur nel mantenimento dell’alta qualità dei prodotti, tenendo in conto l’importantissima prospettiva della tutela e salvaguardia ambientale e coinvolgendo tutti i soggetti interessati. Quelli appena inaugurati sono i primi distributori sul territorio provinciale, ma in fase di attuazione c’è anche l’avvio di altri impianti per la distribuzione del latte e dell’acqua frizzante, oltre che a Terni anche in alcuni altri comuni del territorio, attraverso fontanelle pubbliche in luoghi altrettanto idonei e pubblici di quelli per i detersivi e che verranno successivamente individuati”.

22/11/2008

_ tratto da www.ternieprovincia.com

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lunedì, 24 novembre 2008



Scrivere una recensione sul "Nel", di Alessandro Bergonzoni, è una delle cose più semplici da fare: basta dire che è dissacrante, unico, sconvolgente ed aggiungerci un gioco di parole alla sua maniera, come per esempio che "non è di acqua". Essendo una cosa estremamente semplice (perchè il secondo termine di paragone rimane comunque il suo spettacolo) non la farò. Non ne sarei alla doppia area per la base di un triangolo, chè peraltro non l'avevo considerato. Dico solo che, sabato al Verdi di Terni, ci ha scombussolato il cervello e la pancia per un'ora intera; l'altra mezz'ora l'abbiamo passata a riprendere ossigeno. In pratica per diciassette terzi, uno sopra l'altro. Come si fa a scuola. Prendiamo una torta. Ma perchè una sola? Prendiamo due torte... "Nel" teatro.

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mercoledì, 19 novembre 2008

Coro

Da qualunque distanza arriveremo, a milioni di passi
quelli che vanno a piedi non possono essere fermati.

Da nostri fianchi nasce il vostro nuovo mondo,
è nostra la rottura delle acque, la montata del latte.

Voi siete il collo del pianeta, la testa pettinata,
il naso delicato, siete cima di sabbia dell'umanità.

Noi siamo i piedi in marcia per raggiungervi,
vi reggeremo il corpo, fresco di forze nostre.

Spaleremo la neve, allisceremo i prati, batteremo i tappeti
noi siamo i piedi e conosciamo il suolo passo a passo.

Stringetevi nei panni, noi siamo il rosso e il nero della terra,
oltremare i sandali sfondati, lo scirocco.


(Erri De Luca, "Solo andata - Righe che vanno troppo spesso a capo", Feltrinelli, 2005)

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venerdì, 14 novembre 2008



_ servizio giornalistico realizzato da Giovanni Giaccone e Sara Simoncelli sull' irruzione alla scuola Diaz durante i giorni del G8 a Genova nel luglo 2001.

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Sono stati assolti 16 dei 29 imputati al processo per le violenze avvenute nella scuola Diaz, a Genova, nella notte del 21 luglio 2001 durante il G8. Le condanne sono state invece 13 per un totale di 35 anni e sette mesi. Il collegio del tribunale di Genova presieduto da Gabrio Barone ha deciso di condannare esclusivamente i responsabili delle violenze all'interno della scuola perquisita. Tra i vertici, a scontare la pena, salvo ricorso in appello, sarà solo il comandante del settimo nucleo, Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni di cui 3 condonati, mentre sono stati assolti i dirigenti della polizia Gianni Luperi, all'epoca vicedirettore Ucigos e oggi capo dipartimento analisi Aisi - agenzia informazione sicurezza interna ex sisde, per il quale il pm aveva chiesto la pena di 4 anni e 6 mesi; Francesco Gratteri, nel 2001 direttore Sco, oggi capo dell'Anticrimine; e Gilberto Caldarozzi, nel 2001 vicedirettore Sco, oggi capo del servizio centrale operativo.

Le condanne. La condanna più pesante a 4 anni di reclusione (anche se tre sono stati condonati) è stata inflitta a Vincenzo Canterini, nel 2001 comandante del settimo nucleo sperimentale di Roma. Il suo vice Michelangelo Fournier, è stato condannnato a 2 anni di reclusione. Pena di 3 anni, invece, per gli otto capisquadra al comando di Canterini: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, e Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Le altre condanne riguardano Pietro Troiani,all'epoca dei fatti vicequestore aggiunto di Roma, condannato a 3 anni,e Michele Burgio, suo assistente, a 2 anni e sei mesi, ritenuti i protagonisti della vicenda delle due bottiglie molotov. Tutti condannati gli agenti e i dirigenti appartenenti al Settimo nucleo.

_ articolo tratto da www.ilsole24ore.com


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La sera del 13 novembre
è stata una nottata tragica: Grygera, Amaurì, Iaquinta ed il Genoa perde 4 a 1 contro la Juventus. Un intero paese rimane basito: dopo 915 giorni la squadra di Ranieri ritrova il primato in classifica. Un colpo per tutta una città, e con lei anche per il vicequestore aggiunto di Torino Spartaco Mortola che, raggiunto telefonicamente dal Secolo XIX per un commento alla sentenza per il processo Diaz, prima di ringraziare i suoi avvocati e di risottolineare la propria innocenza, dichiara: “sono alla partita e siamo sotto di tre gol”. Peccato non averlo visto in aula, a fianco del suo capelluto avvocato.

di Alberto Zoratti


Spartaco Mortola era ai tempi del G8 genovese dirigente della DIGOS di Genova, ed insieme agli alti gradi presenti in quella tragica notte è stato promosso di grado e successivamente assolto dalle accuse infamanti della Procura di Genova. Quindi Francesco Gratteri, direttore del dipartimento Anticrimine, già a capo dello Sco; Gilberto  Caldarozzi, a ora capo del Servizio centrale operativo; Giovanni Luperi, ora al vertice del servizio segreto civile, già vicedirettore dell’Ucigos, sono la dimostrazione che al vertice della Polizia di Stato, per dirla con le parole del leader UDC Casini, ci sono “autentici galantuomini”.

Tanti “ufficiale e gentiluomo” che nulla hanno potuto di fronte alla mattanza della scuola Diaz, nulla hanno saputo rispetto ai piani del reparto di Canterini, nulla hanno capito sulle molotov introdotte illegalmente nella scuola per giustificare il massacro, nulla hanno pensato rispetto alle prove di verbali falsificati e di arresti illegali.

Sicuramente dirigenti, certamente galantuomini, ma forse un po’ distratti. Come lo stesso Giovanni Luperi che, benché si sia rifiutato di farsi interrogare, nelle sue dichiarazioni spontanee senza contraddittorio ha ricordato di essere stato ai margini dell’operazione e soprattutto preoccupato di portare i colleghi a cena.

O come i dirigenti della DIGOS genovese, l’ufficio a cui venne affidata la custodia delle molotov corpo del reato, e che furono “accidentalmente” distrutte dagli stessi agenti.

Ma non tutti sono stati distratti. Anzi, qualcuno sapeva, eccome. Ed è così che Canterini ed i suoi uomini, quelli che con il manganello in mano hanno riverniciato di sangue le pareti della scuola, si sono ritrovati con condanne fino a 4 anni, indulto, prescrizioni e condizionale permettendo.

Lo stesso Michelangelo Fournier, allora vice questore aggiunto di Roma, l’unico ad aver ammesso della “macelleria messicana” della Diaz e l’unico a non essere stato promosso, è stato premiato con due anni per lesioni aggravate in concorso.

C’è un segnale inquietante, che esce dalle aule di giustizia di Genova. Che il più alto in grado non è responsabile di quello che il suo sottoposto combina.

Un teorema che farebbe tremare le gambe persino al Ministro Brunetta. E che ribalta completamente le strategie difensive degli apparati dello Stato coinvolti in situazioni quanto meno tragiche: chi non ricorda la legge approvata nell’Argentina di Menem conosciuta come Obediencia Debida, che sottolineava come i subalterni avessero commesso delitti durante la dittatura militare per il fatto che stavano ubbidendo a ordini, ai quali non potevano opporsi?

Ma la sentenza, se contestualizzata, ci dice qualcosa di più. Che esattamente come per Bolzaneto, molte delle dichiarazioni rese dalle vittime e molte delle prove mostrate sono sostanzialmente delle visioni. E che, a differenza di altri processi, non esiste in questo caso l’aggravante della “compartecipazione psichica” tra gli imputati, quella cioè usata nel processo per devastazione e saccheggio ai 25 manifestanti che indica come non occorra aver effettivamente “devastato”, ma sia sufficiente essere presenti mentre gli altri devastano.

Ma queste sono parole, quelle che contano sono le sentenze.

(a.z.)

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Noi c’eravamo e abbiamo visto.

Abbiamo visto la violenza inaudita di quelle giornate, la caccia indiscriminata a persone inermi, l’assoluto arbitrio nel gestire l’ordine pubblico. Siamo stati poi costretti a registrare con sconcerto la decisione della magistratura che ha deciso di non procedere nell'accertamento delle responsabilita' delle forze dell'ordine per le gravi violenze subite dai manifestanti che parteciparono al grande corteo dei 200 mila del 21 luglio 2001.

Bolzaneto, la scuola Diaz. Assieme ad altri nomi, come Alimonda, Manin, Tolemaide, rimarranno tra le pagine oscure di questo paese. Abbiamo aspettato sette anni per vedere scritto nero su bianco quello che abbiamo visto e a cui abbiamo assistito, per guardare finalmente in faccia i responsabili di quello scempio.

La sentenza dello scorso 13 novembre sul processo Diaz è un ulteriore insulto alla nostra richiesta di giustizia e trasparenza, alla fiducia che ancora avevamo che la verità potesse finalmente essere sancita.

Per la “macelleria messicana”, così definita dall’allora vicequestore aggiunto della Questura di Roma Michelangelo Fournier, i responsabili si trovano solamente tra la manovalanza di Canterini, allora comandante del I Reparto Mobile di Roma.

Nessun vertice della Polizia è stato incriminato: né Francesco Gratteri, promosso a direttore del dipartimento Anticrimine, già a capo dello Sco; né Gilberto  Caldarozzi, promosso a capo del Servizio centrale operativo; né Giovanni Luperi, promosso al vertice del servizio segreto civile, già vicedirettore dell’Ucigos; né Spartaco Mortola, già dirigente della Digos, ora promosso vicequestore aggiunto a Torino.

Tutti assolti.

Mentre l'allora capo della Polizia, Gianni De Gennaro, responsabile della piazza durante il G8 di Genova, e' diventato addirittura direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Rimangono i verbali falsificati, gli arresti ingiustificati, le molotov introdotte illegalmente nella scuola per giustificare l’assalto, la loro sparizione dall’ufficio della Questura di Genova dove erano in custodia come corpo del reato, a fare da sfondo ad un’ulteriore brutta pagina della democrazia italiana.

Noi c’eravamo e per questo auspichiamo un sussulto democratico. Una reazione pubblica, pacifica e nonviolenta per dimostrare che in questo paese esiste ancora un tessuto democratico, e che la convivenza civile si deve basare sul principio di responsabilità, sul riconoscimento dei diritti di tutti e su una giustizia che sappia tutelare le vittime e applicare il principio che la legge è uguale per tutti.


Miriam Giovanzana, Lorenzo Guadagnucci, Monica Lanfranco, Stefano Lenzi, Deborah Lucchetti, Pietro Raitano, Felice Romagnoli, Riccardo Troisi, Alberto Zoratti


per aggiungere il tuo nome: noiceravamo@gmail.com

_ articolo e commento tratti da www.altreconomia.it

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Dopo sette anni può passare la rabbia, ma non deve passare la memoria.

C'ero anche io nel corteo di sabato. Seduto, con tutti gli altri, a gambe incrociate nella discesa del lungomare che portava verso l'incrocio della concessionaria incendiata. E c'ero anche io (ma non solo io, c'erano anche persone meno forti di me) quando tutti quelli davanti si sono alzati per fuggire da chissà cosa e da chissà chi..... Ero incredulo. Non ci credevo e non ci potevo credere. Ho dovuto crederci. Anche quando nel fumo dei lacrimogeni urticanti, mi sono girato ed ho visto un'ombra blu nella luce grigia. Aveva il casco ed una tenuta antisommossa. Ma per fortuna (per me) era ad una certa distanza. Allora portavo i capelli e la barba lunghi. Ed avevo la bandiera della pace sulle spalle.

C'ero anche io.

Paolo

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giustizia, genova, video, diaz, g8 , di mio pugno

mercoledì, 05 novembre 2008



Finalmente gli americani si sono liberati dei fantasmi e sono tornati a sognare, atto che non è altro che la loro più forte (e bella) radice storica e culturale.
Adesso, se possibile, sogno la nascita di una grande coalizione fra Stati Uniti, Africa ed Europa che affronti le problematiche legate alle disuguaglianze economiche ed al surriscaldamento climatico globale, per promuovere la democrazia (anche in Italia) e la sicurezza (anche in Congo).

Grazie Stati Uniti d'America.

Yes We Can!

p+

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politica, ambiente, usa , video, immigrazione, di mio pugno, obama

martedì, 04 novembre 2008



Please, Vote for Obama!

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politica, ambiente, usa , obama

sabato, 01 novembre 2008




Professor Federico Valerio, Direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova.

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politica, ambiente, video, salute, rifiuti, decrescita, inceneritori

lunedì, 27 ottobre 2008







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canzoni, video, a te che sei

venerdì, 24 ottobre 2008



I.B.A.P.!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
:D

Tuo
Charlie

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video, petizioni, vasco rossi, sordità, lis , a te che sei, ens

domenica, 19 ottobre 2008

Già da qualche settimana hanno pubblicato su Mente Critica il mio articolo "Cani, fagiani e polpette avvelenate". Si è aperto un piccolo dibattito nei commenti, chi fosse interessato o volesse contribuire con il suo punto di vista può farlo.

p+

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politica, ambiente, salute, caccia, cani, decrescita, di mio pugno

sabato, 18 ottobre 2008

Ho iniziato a leggere il libro di Roberto Saviano, Gomorra. E' davvero un pugno allo stomaco. Toglie il fiato. Ogni 20 minuti di lettura mi verrebbe di dedicargli un'ora di riflessione. Come quella che mi ha fatto percepire la paura mischiata alla dolcissima speranza di una vita più facile che ha da sempre indotto qualcuno a me caro a pensare e a scegliere secondo l'idea "più a nord si va e meglio è!".
Ma purtroppo così non è. Perchè la camorra oggi ci viene a prendere per mano fin sotto casa. Quando andiamo a fare la spesa. Si chiama guerra dei prezzi. E non è una pubblicità.

"Temendo un controllo della Finanza, aveva preferito scaricare in mare aperto. Una parte della merce poteva così essere immessa senza la zavorra delle tasse, i grossisti le avrebbero prese senza le spese doganali. La concorrenza si vinceva sugli sconti. Stessa qualità di merce, ma quattro, sei, dieci per cento di sconto. Percentuali che nessun agente commerciale avrebbe potuto proporre e le percentuali di sconto fanno crescere o morire un negozio, permettono di aprire centri commerciali, di avere entrate sicure e con le entrate sicure le fideiussoni bancarie. I prezzi devono abbassarsi."

"I prodotti del quotidiano, e non più il vizio della nicotina, sono il soggetto nuovo del contrabbando. Sta nascendo la guerra dei prezzi, terribilmente spietata."

E poi Emanuele. Ragazzo adolescente che dalle parti di Caivano, lungo la statale che va da Napoli a Caserta, rapinava le coppiette appartatesi, in maniera talmente ripetitiva da essere dopo qualche mese freddato, per aver rivolto durante un inseguimento in auto la sua pistola finta contro il carabiniere di turno. La storia della cappella in cemento a lui dedicata ed edificata lungo la strada da alcuni suoi compaesani, con la foto della Madonna dell'Arco e la sua sorridente. La storia dell'abbattimento della cappella da parte di un sindaco singolarmente coraggioso e della rivolta scoppiata in tutta la piana con nel momento stesso in cui veniva abbattuta la struttura. L'operaio sulla ruspa fuggito nell'auto dei carabinieri di scorta. I cassonetti incendiati, i piatti lanciati di sotto dai terrazzi delle case, i sassi contro i vetri di una scuola pubblica. Fino a quando i clan, poche ore dopo, non hanno chiesto ai rivoltosi, per favore, di rientrare nel loro quotidiano. Perchè Manue', 15 anni, in realtà non era nessuno. Perchè la rivolta contro lo Stato italiano in realtà era inutile.

Fra poco vado da Cri, andiamo a vedere Il sindaco del rione Sanità, di Eduardo De Filippo, con Carlo Giuffrè.

Da quelle parti è dura.

p+
 

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citazioni, politica, libri, ambiente, mafia, giustizia, campania, napoli, lettura, camorra, società, rifiuti, gomorra, saviano, di mio pugno

 

Ascanio Celestini
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